Dom. Mag 26th, 2019

Pagine di Quaresima

SABATO 9 MARZO

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 5,27-32) In quel tempo, Gesù vide un pubblicano di nome Levi, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì. Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla numerosa di pubblicani e d’altra gente, che erano con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano».

Per comprendere pienamente questo Vangelo occorre ricordarsi che Gesù ha appena guarito il paralitico che viene calato dal soffitto scoperchiando il tetto (ricordi Lc 5,17-26?). Il passo inizia con Gesù che passa e chiama un pubblicano. Levi è “seduto”, come i giusti farisei (cf. v. 17) e si “leva” come il paralitico alla voce del Signore.
E come spesso accade dopo i miracoli di Gesù molti mormorano, primi tra tutti i farisei. Ciò che scandalizza i farisei più di tutto non è neanche che Gesù, riconosciuto da tutti come un giusto, si abbassi verso i peccatori, ma che innalzi loro e gli permetta di mangiare insieme con i “giusti”. Ricorda un po’ l’epilogo della parabola del padre misericordioso quando il figlio peccatore viene riaccolto ma è il figlio “buono” che non vuole entrare nella casa del padre a festeggiare la conversione del fratello. Il paradosso è che, mentre il peccatore va verso il Padre che gli offre il banchetto, il giusto se ne allontana, anche se il Padre esce a invitarlo.
Una cosa che deve sempre tenere a mente un buon cattolico è che ciò che salva il giusto non è il “suo” amore per Dio, ma l’amore gratuito di Dio per lui. La Chiesa è infatti una comunità di disgraziati che sono graziati dal Signore. “Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,7)

VENERDì 8 MARZO

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 9,14-15)
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno».

I farisei, fedeli alla tradizione, digiunano, i discepoli no: per i primi la vita sta nell’osservanza del passato, per i secondi la vita è attesa del futuro. Dio non è uno che era o sarà: egli è. Per questo i discepoli di Gesù non digiunano: vivono la gioia dell’incontro con lui.
La gioia della presenza di Gesù in mezzo a noi però non è ancora il Paradiso: anche lo sposo (“è lui lo sposo, l’Emmanuele, che è sempre con noi“) ad un certo punto sarà “tolto”. Gesù dovrà essere elevato sulla croce e levato in cielo: la vita cristiana conosce una pienezza che però non è ancora compiuta.
Il suo essere-con-noi, per il momento, resta sotto il segno della croce: la sua presenza è nei piccoli, negli affamati, assetati, forestieri, nudi, ammalati, carcerati, in tutte quelle situazioni di digiuno che la nostra storia conoscerà sino alla fine. Il digiuno infatti non si limita a “togliere” qualcosa da noi, ma bensì riempire quel vuoto con qualcosa di più. Il vero digiuno è il condividere il pane con l’affamato, introdurre in casa il senza tetto, vestire il nudo, sciogliere le catene della solitudine.
Digiunare significa uscire dalla propria comodità per fare un passo verso Gesù presente nell’altro. Solo così incontriamo lo sposo, Lui che si è fatto l’ultimo di tutti.

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